Antonio Devicienti legge “Un suono di labbra mute”

Antonio Devicienti

Legge

“Un suono di labbra mute”

di

Raffaela Ruju

 

Un libro che comincia con un ossimoro nel titolo (quel suono proveniente, però, da labbra mute) e che, nella splendida foto di copertina, mostra di scorcio tre stanze vuote dai muri scrostati con due fili elettrici pendenti dal soffitto senza i bulbi delle lampadine all’estremità e, in fondo, una sedia vuota, forse in attesa di qualcuno, un libro siffatto si preannuncia poco incline ad una generica liricità e alla ripetizione di schemi poetici già vulgati. Devo dire che la lettura dei testi lo conferma: entro un linguaggio rigoroso e privo di sentimentalismo, entro una costruzione del verso e delle strofe che definirei geometrica, con un’intonazione asciutta, sicura e perfettamente calibrata Raffaela Ruju si misura con una tematica difficile e che espone il poeta al rischio della retorica e del già detto. Il vivere e il poetare in un tempo ed in una società totalmente succubi delle logiche economiche e finanziarie con tutto il portato di dolore e frustrazione ed isolamento personale che ciò comporta costituiscono le tematiche fondamentali della silloge ed evidentemente a monte della raccolta c’è un lungo, pervicace apprendistato letterario (ma non solo) capace di permettere alla voce dell’autrice di tessere l’intero libro con sicurezza e buona maturità, in modo convincente e non avventizio.

Commemorazione del tempo

Hanno portato via la terra concimata
in bare di cartone pulito
sigillate con filo spinato.

Non bastano le quarte di copertina
per rinfrescare la memoria della pioggia
quando cade scrosciante sulle pagine.

L’ansia per i rifiuti
ha immerso l’uomo nell’oscurità.
Solo foglie di rugiada nel ricordo.

Stanno fertilizzando l’intelletto
di stronzate embrionali
strozzate da un cellophane biodegradabile.

Ricicleranno tutto
nei cassonetti differenziati della storia
idealizzando l’idea del vento

Trasformeranno anche il mare
e noi, ascolteremo il suono delle onde
(pag. 8)

Come si può constatare si tratta di una poesia tesa, nel testo appena letto sarcastica, ma senza essere gridata, percorsa dalla corrente elettrica dell’indignazione e della protesta, una poesia usata per dire le contraddizioni a noi contemporanee e la distruzione in attodella vita, delle relazioni interpersonali e delle persone con l’ambiente.una catena di Salmi commerciali (pag. 12), un Cantico delle menzogne (pag. 13) e allora Laudato sia il saldo (pag. 14), là dove l’Inno paradisiaco di pag. 15 sembra cantato ai Microfoni di un Dio surreale (pag. 16): ho citato in sequenza i titoli di testi che vogliono rappresentare proprio la condizione di tutti noi che ci troviamo a vivere (volenti o nolenti) come in un enorme, indistinto centro commerciale dove tutto è sottoposto alle leggi del mercato e agli imperativi della pubblicità. Impressionanti le strofe dei Microfoni di un Dio surreale, dove le citazioni da film e sequenze filmiche di Buñuel danno un taglio ancor più straniante alla situazione:

Nella mezzanotte dei chiarimenti
ho visto le tenebre della notte
sul punto di morire per rinascere.

Sono resuscitate nel freddo
queste parole scaldate dal sole
impazzite nella tempesta di due raggi.

I microfoni di Dio
diffondono parole sante
sul miracolo dell’immortalità.

Lifting sulla bocca.
Occhi di plastica. Labbra di gomma.
Abbondanza di silicone.

Ci sono luci nuove e carni rifatte.
Lo riconosco il taglio sul volto
e il rasoio che trancia l’occhio

Sono concatenazioni di nuvole dissociate
nella tempesta surreale
di un cane andaluso.

La rappresentazione del nostro vivere nelle pagine seguenti appartenenti alla sezione Tempo libero è di una negatività lucida: l’impressione è che Raffaela Ruju voglia descrivere innanzitutto per sé e poi per chi legge una situazione esistenziale comune segnata dall’incomunicabilità e dall’alienazione e che voglia farlo senza risparmiarsi nulla, guardando direttamente in faccia l’arido vero. E lo fa, nell’affrontare temi insidiosi come questi perché già molte volte battuti e dibattuti, con un linguaggio limpido e piano; ad esempio: Non possiamo cicatrizzare le ferite / di questa terra rivangata / da un Dio affamato di denaro (pag. 20), dimostrando di essere guidata da una precisa e determinata volontà di dire, ma tenendo sotto controllo la rabbia, la protesta, il senso di nausea che, non dominati, farebbero sfociare questi testi nella più noiosa retorica.Il bellissimo titolo della quarta sezione del libro (La metamorfosi del suono nella metafisica dell’inverno) continua la metafora della Lingua spezzata (titolo, quest’ultimo, della prima sezione), delle labbra mute, del dire il gelo, il senso di morte, un silenzio sterile e nemico che domina ben dentro il trionfo del rumore e del vuoto blablabla, perfettamente sodali tra di loro questo silenzio sterile ed il rumore onnipresente:Ispirazione

(…)
In Grecia hanno venduto il portafoglio
la teglia del pasticcio
il braccialetto d’oro del figlio.

Quando arriva il giorno della paga
non si sa bene da dove cominciare
in questo tempo vibrante di similitudini.

Pure il suono si trasforma
in molti si nascondono e qualcuno parla
vergognandosi in silenzio.
(…)
I contadini livellano i colli
sbriciolando tabacco economico
con un requiem nell’anima (pagg. 24 e 25).
Questa silloge possiede anche accensioni metaforiche memorabili: Con l’ansia stabilizzata / camminiamo in perfetto equilibrio / sulla fune di cristallo (pag. 29) o passaggi simili a colpi di bastone che tolgono il respiro: Nel vaticano degli abusi / ciondola penzoloni dal soffitto / la nuova infanzia abusata (pag. 33) e s’inanellano Notizie fresche di giornata tutte così antiumane e violente, offensive e desolanti, anche perché questo libro vuole fare i conti con la realtà dentro la quale siamo immersi, è esso stesso una sorta di saison en enfer, un referto in versi ben scanditi di un disastro in atto, di una trasformazione del mondo e del vivere, appunto, in un inferno quotidiano.
I poeti sono smarriti / confusi dal profumo dello zenzero viene detto in Essenze clandastine (pag. 40) e poiIl cardamomo
ha abbandonato la sua terra d’origine
naviga clandestino
verso porti occidentali.

Sbarcherà a Lampedusa
ad Amsterdam oppure a Marsiglia.
Da troppo tempo
ha perso la memoria dell’essenza (ibidem).

E nel testo successivo, Profanazioni olfattive (pagg. 41 e 42), l’aggressiva violenza della morte viene detta tutta senza remore, rivelata in tutta la sua portata, specialmente se messa in relazione con l’opulenta indifferenza occidentale  (quest’ultima sì, veramente schifosa):

(…)

Sul mare giace morto
l’olezzo putrefatto, quello mai sbarcato.
Non è l’essenza purissima di gelsomino
rinchiusa in una bara di cristallo.

Quella si è fermata a metà strada
della primavera araba.
Quant’è prezioso l’alambicco
distillatore di sudori.

Profumi d’epoca li chiamano
quando camminano scalzi
per andare a morire nei deserti.

I Clandestini arrivano infatti dall’Africa nera / dall’Asia e dalla Cina // si fermano / negli angoli stretti dell’inesistenza (pag. 43). Oltre a ciò, però, la terra cui approdano e che li rifiuta o finge di non vederli subisce a sua volta sofferenza ed arroganza, ignoranza e violenza: Il ministero della pubblica istruzione / assume un frullatore per mescolare bene, / per ottenere studenti omogeneizzati (Nuova didattica, pag. 45); Hanno strozzato l’idea partigiana / con limonata rosè / evacuata la democrazia con peristalsi silenziosa // I nuovi dittatori non conoscono / il tamarindo / non sanno nulla della senna // governano l’ignoranza dei vivi / con l’uccello divino / disegnato in bocca (da Il sangue della rosa, pag. 51). Il lettore è dunque avvisato: questa non è poesia conciliante, ma poesia capace sia di armonie che di stridenti, cercate disarmonie. L’autrice non si tira indietro davanti al vocabolo dal significato particolarmente forte, sembra aver fatto propri alcuni elementi dell’espressionismo (vedasi, più in là a pag. 54 Il vino nuovo / ha vendemmiato la testa del padre), ma dominandoli con questa personale cadenza regolare e cristallina, con questo controllo razionale del sentimento che, lo si capisce bene, si scatenerebbe in una furiosa, ininterrotta reprimenda che, però, perderebbe il suo valore stilistico, la sua forza persuasiva. Mi riconosco totalmente (l’ho già scritto altrove) nell’affermazione di Biagio Cepollaro secondo la quale “lo stile è giudizio, lo stile è pensiero” e tale linea poetica ritrovo nel libro di Raffaela Ruju la quale non commette l’ingenuità di dire “andando spesso a capo” quanto le preme, ingioiellandosi, tra l’altro, del fatto di essere una poetessa impegnata e “attenta al sociale” (quanti luoghi comuni e stereotipi affliggono la poesia!) – in Un suono di labbra mute è raggiunto, invece, un equilibrio tra la materia del dire e lo stile di questo dire, nel solco di una nobile tradizione capace di conciliare la saldezza dell’eloquio con l’incandescenza delle tematiche affrontate.

Protagonista della sezione Del male oscuro è l’operaio con i suoi slanci e desideri e con le sue frustrazioni, le sue angosce: L’operaio ha la testa confusa / e non parla di nulla / guarda il vuoto e la moglie. / Il suo sguardo si sposta sul figlio / perso come ogni sera nel suo cellulare (da Parole anonime, pag. 55); Quando vede i colori / delle prime bancarelle del viale / lui si ferma incantato // e vorrebbe comprare / un coniglio di stoffa alla moglie. // Stringe i pugni nel vuoto / di due tasche bucate / con lo sguardo disoccupato (da Con le tasche bucate, pag. 56). E noi lettori seguiamo quella che, pian piano, si rivela la storia di una piccola famiglia operaia raccontata con delicata discrezione, per rapidi accenni, di testo in testo: il padrone della fabbrica ha “dislocato” lo stabilimento in Romania e Sono cento i dipendenti / rimasti nel cortile senza speranza (da Traslochi, pag. 57); l’operaio, come stordito, si aggira tra le bancarelle di una festa che sembra fare da assurdo contrappunto al senso di vuoto e d’impotenza che lo riempie: Confuso dall’odore del vento / l’uomo vuoto / attraversa i tendoni festosi. // E non parla nemmeno del tempo odoroso / coi compagni che incontra per strada / operai allo sbando e impiegati dal colletto sgualcito. // (…) e i coniglietti di stoffa impiccati / su un filo di lana (da Il tempo impiccato, pag. 58) ed è nella lirica seguente che capiamo quale sinistro presagio siano i coniglietti di stoffa impiccati (uno dei quali l’operaio avrebbe voluto regalare alla moglie):

Rimasuglio di tempo

Lui cammina
inseguendo l’idea
che gli cova nel ventre.

 Con un battito d’ali
spicca il volo nel tempo rimasto
e non pensa a suo figlio.

Il suo occhio adesso guarda la terra
dondolandosi nell’oscurità
gioca appeso ad un ramo di tiglio (pag. 59).

L’epilogo, inatteso, trasforma in tragedia una storia comune a molte famiglie ed ora Stringe gli occhi la vedova / quando spegne la fiamma del cero / e non dice di sé / della sua solitudine nuova (da Un avanzo di torta, pag. 60). Ma il dolore si perde nell’oblio generale e generalizzato dal momento che Ciminiere di lamiere e bulloni / nasceranno dal nulla / sopra un prato cementato da poco. // I ragazzi con la testa in stand by / son felici del nuovo joystick. / Su youtube cercheranno risposta. // (…) // Cresceranno ignorando il passato / nel domani dipinto di fresco / mangeranno la solita torta. // Compreranno il coniglio impiccato sul filo / e poi andranno a parlare col tiglio. // Repetita iuvant / la mano penzolante all’orizzonte (da Repetita iuvant, pagg. 61 e 62).        Ed anche la sezione successiva (Del male occulto) è una storia in versi, quella di una ragazza di nome Giulia, forse venuta dall’Est e gettata a lavorare sulla strada, probabilmente ricoverata in un reparto psichiatrico dove di lei abusano gli infermieri: Nelle notti d’insonnia tace il sogno di Giulia / legata con corde di lino al cielo // (…) // Lo vedono le rondini / il capezzale del silenzio / inciso sulla bocca di Giulia (da Catena di montaggio al padiglione 7, pagg. 64 e 65). Il leitmotiv del silenzio, delle labbra sigillate o mute attraversa dunque tutto il libro e va riferito sia all’impossibilità imposta alle vittime di dire il loro soffrire, sia alla poesia che, viceversa, di quel soffrire si fa carico e cerca di trasformarlo in questo suono di labbra mute. Oppure è Il sonno di chi vede e tace dormendo (pag. 67)

(…)
Sul marciapiede
disfatto come un letto
il ragazzo dorme
abbracciando un cane randagio.

(…)

Gli occhi di Giulia sorpassano
il cristo sdraiato sul cemento.Ha i piedi nudi.
Solo lei vede la magrezza.

E Giulia, rinchiusa in un padiglione ospedaliero e ripetutamente violata (Sei volte conta le volte dei pantaloni bianchi / calati sulle cosce. /  Conta dal tramonto all’alba  / “ancora uno e poi basta” – da Limatura di vite depredate, pag. 68) concepisce forse un affetto o sente un’affinità col ragazzo senza tetto, con il rifiutato dalla società. Ma nuovamente tragico è l’epilogo: Un tramonto al mattino (si noti anche in questo caso l’ossimoro molto significativo)

E le mani
ora stringono il sasso
che colpisce la veste ora tinta di rosso.

In quel sangue che sembra mestruale
una donna bambina si è accasciata
sul verde di un caldo fogliame.

Partorisce il dolore
e non dice parola.

è mattina
il ragazzo ora dorme sul prato (pag. 69).

Soffermiamoci alle pagine 70 e 71:  Volevo uno straccio / per coprirmi gli occhi. // Mi hanno dato una benda / per tapparmi la bocca. E subito dopo, pagina di fronte: Non potete uccidere / la parola / che mi scrivo dentro – chi è che parla? Giulia o l’autrice? Forse entrambe? Forse bisogna sentirsi violate ed abbandonate per dare corso alla parola poetica? E forse bisogna sentirsi in esilio e profughe ed innamorarsi di un giovane mendicante? E concepire desideri che si scontrano con la realtà?Infatti leggiamo più oltre:

Volevo modellare un albero di pane
scagliare pietre all’orizzonte ferito
quello che mi è rimasto dentro (da L’albero del pane, pag. 75);

Ho un occhio terzo affaticato
l’ho inciso con un quarzo d’ametista
per farlo pensare per un attimo solo (da Oltre le nubi del silenzio, pag. 80);

Un taglio di vena
cristallizza di porpora il vetro (da Innamoramento e amore, pag. 84)

I testi in chiusa del libro tematizzano l’uso sterile del linguaggio, ridotto a strutture grammaticali vuote, ricondotto, secondo la tradizione giudaico-cristiana, al verbum che però appare cieco, un Dio passato (anzi tra-passato) e lontanissimo, con un chiodo fisso che, però, non è segno di partecipazione al dolore umano e di sacrificio, ma di un’ottusa fissità dell’occhio divino cieco, quello stesso occhio spesso rappresentato all’interno del triangolo equilatero e che, ora, non sa vedere il dolore umano; interessante quest’approdo, capace di costringere a riconsiderare l’intera silloge come una riflessione dialettica sul dire e il non poter più dire (causa l’insufficienza del linguaggio), sull’imperativo etico di dover spogliare il linguaggio della sua retorica, di renderlo significante in forza del coraggio di guardare in modo diretto il male, di svelarne ipocrisie e menzogne, di ricondurlo dal divinum verbum al verbum humanum e ben sappiamo che quest’aggettivo deriva da humus, terra. La stessa scelta di stampare tutte le liriche allineandole al centro della pagina (e non, come tradizionalmente accade, sulla sinistra) può stare a simboleggiare la natura della parola poetica in bilico tra il silenzio rappresentato dalla pagina bianca tutt’intorno e il suo incidersi su quella stessa pagina, debole e forte nello stesso tempo, minacciata dall’inesistenza, eppure suono emesso da labbra mute, ma capaci di farsi ascoltare.

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