Un suono di labbra mute: recensione di A.G.Marigo

Un suono di labbra mute_cope (1)Il dramma pervasivo l’uomo occidentale, l’umanità del terzo millennio che sul pianeta vive una comune dissoluzione, una desolazione morale inaudita,  la caduta e lo sprofondarsi in baratri oscuri di valori che fino a poco prima sembravano gli ancoraggi di una civiltà salda su pilastri culturali millenari circonfusi di orgoglio per la stirpe, per gli antenati, per i padri, il tempo che “imbambola” la durata e vanifica il momento, l’incerta eppure possibile visione salvifica, sono  materia della poesia di Raffaela Ruju.

La poetessa di Trieste ha consegnato ai tipi di Terra d’ulivi la sua dichiarazione di poetica, Un suono di labbra mute (2014) , e immersione nella partecipazione alla responsabilità di donna, di cittadina, di autrice che non può restare muta davanti al degrado, alla rinuncia, all’inettitudine, all’ebetudine di umani che non ri-conoscono più l’incisività del logos, avendo perduto ogni capacità di accoglierne i modi, la recondita armonia, il dono del fuoco forgiatore che la parola porta con sé e assumendone solo la gravità dell’ombra, i dettagli dell’oscurità infera che non si riesce più a trasformare: la fucina di Efesto non produce più oggetti luccicanti di alta ingegneria, ma simulacri che rovineranno sul limine di un passaggio inevitabile, foriero di una parola nuova, altra e che oscuramente sentiamo decisiva.

Le poesie che si offrono in “Un suono di labbra mute” e raccolte in otto sezioni, sono l’attraversamento di questi temi che possono fare capo sostanzialmente ad uno, presentato nell’ossimoro del titolo: l’impossibilità di emettere un suono compiuto, di parteciparsi nell’interezza, poiché il danno per gli elementi che strutturano il determinarsi è grande, quasi irreversibile.

Nella sezione “La lingua spezzata” incontriamo il manifesto dello sguardo sul mondo di Raffaela Ruju:  il bestiario aereo della perdita di una natura fisica  e metafisica “Come le cicale, le libellule e le api”; la denuncia di un contemporaneo pánta rhêi in “Commemorazione del tempo”, l’inutilità e la congelazione di una relazione immobilizzata di “In giro tondo chiacchierando”.

Se è impossibile pronunciarsi e agire, se discende che si è giunti al limine e non intravediamo, o peggio non abbiamo possibilità di visione su una prospettiva che sacralmente sostituisca la precedente, l’autrice  prospetta la sola possibilità che l’uomo ha abbracciato consegnandosi alla morte dello spirito come persona e come essere sociale: far sussistere tra l’uomo e il mondo – ora che è caduto l’altare su cui si officia sacralmente la relazione, la com-passione e l’amore – l’interferenza succedanea di artifici che sottraggono dalla partecipazione attiva, dalla responsabilità, dalla colpa.

Da “Cantico delle menzogne”

“Questa vostra felicità del tranello 
che punge, che compra, che vende
non racconterà mai del vuoto mietuto
e non ci dirà la carestia dell’ettaro.” 

Da “Un caffè corretto a colazione: refusi”

“un incrocio di sguardi ebeti tra due tazzine sporche”
 

Da “Ispirazione”    

“In Grecia hanno venduto il portafoglio
la teglia del pasticcio
il braccialetto d’oro del figlio.”

Attraversando le pagine della raccolta ci si trova di fronte a un crescendo di denuncia, poiché alla poetessa urge posizionarsi di fronte agli accadimenti, alle appartenenze e alle presenze con sguardo aperto, limpido, oserei dire crudo, attribuendo all’aggettivo la sostanza di indagare la realtà con assoluta  e necessaria verità: nulla si sottrae a Ruju, che passa in rassegna tutta la distonia del vivere contemporaneo, indicando l’importo psichico ed etico dell’azione, lanciando il “j’accuse” per il mondo che sta ruotando intorno al nulla della presenza “Lo reciteranno alla radio / il loro silenzio sepolto / svuotandolo di verità universali.”, al delirio degli esodi “Il cardamomo / ha abbandonato la sua terra d’origine / naviga clandestino / verso porti occidentali”, al parossismo bulimico del consumo “Pesante si fa il cammino. / L’uomo nuovo inghiotte ogni cosa / ingerendo persino il respiro della pietra.”, all’astenia del lavoro “Stringe i pugni nel vuoto / di due tasche bucate / con lo sguardo disoccupato” , alla città che aliena allontana depriva sia nel suo aspetto di luogo abitato sia in quello di luogo politico “Possiamo mendicare anche un sorriso/o una stretta di mano / toccare inferno e paradiso / sostando sulle sponde del suo mare”.

Poesia fortemente etica – di cui l’autrice si fa carico anche  a livello semantico, usando una parola incisiva, potente, lontana da volgarità, cercata e comprensibile, mantenendo le credenziali dell’impianto classico così che il verso lungo risuona di intime vibrazioni, di una leggerezza ossimorica che contrasta la densa materia del pensiero – ci consegna lo scenario obnubilato del tempo di ora e dal quale emerge, solitaria, il brillio di una speranza “Il pane brilla sulla tavola vestita a festa. / Il rumore di una porta risuona in lontananza . / Nel segreto delle tenebre scompare il mistero. // Rigenerato è il ciclo della vita.” e l’audacia di un germe di fiducia “Forse un giorno capiranno / il mio affanno”.

 

Un suono di labbra mute di Raffaela Ruju

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