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Interferenze

2002
Franco Puzzo Editore Trieste
Collana Castalia
diretta da Mary Barbara Tolusso e Gaetano Longo
In copertina: “Terra-Aria”, aquerello di Raffaela Ruju 

 

Il dubbio e la speranza: la poesia di Raffaela Ruju

Quando ci si accinge a leggere un libro di poesie ci si deve anzitutto disporre a scoprire la chiave del suo linguaggio e il segreto rapporto che l’autore intrattiene con se stesso, prima e oltre la comunicazione, mentre cerca la radice profonda da cui nasce la sua parola. E percorrendo i testi, fra spazi vuoti e versi, fra versi che scivolano via come acqua che scorre e asperità di frasi spezzate, riconoscendo il ritmo specifico delle poesie che leggiamo, entriamo quasi in sintonia con il respiro dell’autore, espressione fisica della sua emozione. E’ questo il primo passo: di qui può cominciare il nostro incontro.Il ritmo della poesia di Raffaela Ruju (Raffaela Ruju, Interferenze, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2002, pp.9-55, € 7.80) rivela dell’autrice le molte “psicologie” e nello stesso tempo la sua prevalente attitudine contemplativa. Entriamo nel libro e già il primo testo, brevissimo, dà il senso dell’ espansione, invita a respirare a pieni polmoni. Oziando/ tra antiche radici//Mi espando: tempo e profondità di legami (antiche radici), spazio e libertà di pensiero (mi espando), quiete.
Ci troviamo subito in una dimensione grande, coi “sensi aperti”, come è scritto nella poesia “Il salice”.
La poesia di Raffaela Ruju nasce, dunque, da una sensibilità dilatata fatta di sguardo e di ascolto, sintesi di interni ed esterni, di fisicità e interiorità.
Ho contemplato a lungo/plasmando parole/ il luogo dove stare: così racconta la sua ricerca. Un luogo dello spirito ma anche, quasi metafora, un “luogo” della vita.
Sarda di origine, Raffaela si è trasferita a Trieste. Ha perseguito gli studi umanistici, ma li ha abbandonati per dedicarsi ad una professione, quella di erborista, cui si dedica con passione, perché (possiamo credere) la fa “stare” più vicina alla natura.
Ma la natura non le basta: la sua più profonda esigenza è quella di “plasmare parole” (e colori e immagini, visto che si dedica anche alla pittura). Ciò che “sta” fuori diventa, allora, “forma” interiore. Così, infine, lei ritrova la forma del suo essere, può contemplarsi nei luoghi del suo spirito e del suo corpo: E guardo i pensieri mie,i/ridendo di questa luce/che muore dentro il mare (“Malinconia”).
E “guardo i pensieri”: è una scrittura interiore che sembra compiersi prima ancora di prendere la forma scritta del testo, come suggerisce in “Sussurri”: il tempo ascolta ciò che il cuore scrive.
Tra ascolto e sguardo, tra interiorità e fisicità, si declina il senso del tempo. Dilatato o fragile, è la forza dell’ “antica radice”, è l’ essere che scorre immutabile (come nella metafora dell’ “acqua” nella poesia “L’ulivo”); è memoria che non può essere scalfita, come nella complice “ora che non è mai passata” e sovrasta l’alternanza delle presenze e delle assenze, traccia di vita non passeggera (in “Lascia che il vento”).
Il tempo è anche labirinto, vi si accompagna il senso del perdersi e del ritrovarsi, come nella poesia “Appartenenze”. Proprio di “Appartenenze”è il verso che forse meglio “plasma” il senso del tempo peculiare alla poesia di Raffaela Ruju : nella fine è il principio della ricerca. 
E incontriamo quindi il motivo del seme, della fecondità, della rinascita, affidati a immagini intense (Sei stato a lungo/ il mio canto fecondo, nella poesia”Il salice” e Rinasco dal buio sepolcro della terra/mi manifesto all’antico dai mille occhi nella poesia “L’ulivo”) o a versi che cantano, come nella bellissima “Germogli”: Nel centro della terra/ dorme il mio cuore/ che più non riconosco,/ tante son le radici/ cresciute intorno al rosso[…] Ora il mio frutto è un cuore/ che il vento porta con sé, dove ritroviamo le radici, il vento, il frutto, e il rosso, colore dominante: vita, carne, sangue.
Il percorso psicologico e intellettuale che si riflette nelle poesie di Raffaela Ruju è fatto anche di inquietudini tenaci e profonde. Raffaela si confessa “erede di una spiritualità traditrice”, “con l’anima che avanza in un corpo ritratto” e avverte l’estrema tensione di uno “scrivere senza penna”, di un “guardare senza occhi”, “sentire senza orecchi” e “toccare senza mani”: interiorizzazione che qualche volta estenua. Si ritrae la mia espansione, è scritto nella poesia “Il cielo riflette”, in contraddizione con l’iniziale slancio del libro (mi espando); e tuttavia la vita riprende e sfida: Ho giocato,/ rischiato con la morte del sentire,/ masticando l’amaro di genziana, // ma il dado è rimbalzato sul velluto.
Contrastata fra inquietudine e pace la personalità dell’autrice, oscillante fra leggerezza e sonorità il verso. La poesia di Raffaela Ruju non teme qualche ermetismo che il lettore fa bene a non cercare di risolvere sul piano della logica o con la trasposizione realistica delle immagini suggerite, per comprenderlo invece nella chiave alogica delle associazioni di pensiero e di sensazioni che ampliano gli orizzonti di esplicitazione della realtà. Un esempio del procedere seguendo semplicemente il flusso interno dei pensieri e delle sensazioni è la poesia senza titolo che si legge a p. 30 del libro (di cui si deve notare la particolare organizzazione degli spazi fra verso e verso, che qui non può essere rirpodotta):Riaffiora una musica dentro/ un organo interno ora suona/ una linea/ un punto[…]Il punto è fermo/ …silenzio…/ il punto/ è il mio tempo fermo/ lo spazio è breve// mentre il tempo diventa una linea/ il punto esce dal presente…Sabbia…/granelli di punti…/ miliardi/ di punti fermi…smossi dai miei piedi/……….
E proprio dove massimo sembra il livello di astrazione (linea, punto) si fa sentire anche la concretezza: quel camminar sulla sabbia godendone lo stimolo fisico e mentale.
In fondo la poesia è anche questo: un andar per strade a cogliere i frammenti della vita che ci incanta: un pieno di stelle/ sul sentiero della via lattea;/ un sogno morto in una stagione./ In via delle conce,/ odore di patate fritte/ e mari in tormento, […] tra vite e vino/ l’odor del mosto/ ondula il tuo vento.// Vento di Grazia (“Via delle conce” dedicata alla Sardegna).
Si vedono allora tegole rosse guardando da un angolo di finestra, si aspirano profumi di incenso, si scorgono interni i cui frammenti sembrano disporsi solidali con il tempo di chi li abita.
Infine conosciamo Camilla. Sapevamo già che il libro le era dedicato. La poesia che troviamo quasi alla fine della raccolta ci rivela la sua identità. E conosciamo infine anche Raffaela.
Il senso del mio futuro/ lo vedo in te,/ nei tuoi occhi sinceri,/ profondi,/ nel tuo sorriso ingenuo,/ nello stupore gioioso/ dell’ultima scoperta./ Un giorno capirai tua madre/ per aver scelto te,/ scegliendo se stessa./ Capirai/ quanto mi sono aggirata/ tra dubbi e incertezze […] L’estate guarda/ il femmineo tormento/ di una madre/ incapace di annullarsi per te.// Adesso conosco il privilegio della quiete.
Madre e figlia in un solo sguardo; ma soprattutto madre e figlia dentro un’ unica scelta, che è scelta di vita e si fa cammino di comprensione (un giorno capirai), concedendo la quiete dopo il tormento nei solitari giorni assolati.
Potremmo a questo punto riprendere il cammino della lettura dall’inizio del libro, riconoscere nel dubbio, in quel tormentarsi fra riflessioni e scelte, una delle molle più profonde di un pensiero che si fa poesia radicandosi nella concretezza delle esperienze della vita. “Il dubbio”, scrive Raffaela “si assopisce per risvegliarsi sempre nella stessa stazione”, “appartiene al silenzio di una panchina vuota”. Metafora o realtà della memoria che siano, quella stazione e quella panchina vuota sono vita che ora ci pare di conoscere dal di dentro. “Solo il tempo infine continua il suo viaggio” e ci costringe a riconciliarci con quanto si aggroviglia in noi.
Interferenze è il titolo del libro. La poesia da cui è tratto si trova quasi al centro della raccolta. Leggiamo: Pensieri/ come quadri appesi,/ finestre inesistenti/ in alte torri silenziose[…]Il mio deserto riflette/ la mia tristezza/ bella e seducente[…]Dietro il velo di me stessa,/ in notti buie e oscure/ gli occhi sognano lontananze. Sono i diversi piani di un mondo interiore complesso le intereferenze fra oscurità di notti, chiusura di alte torri come prigioni e pensieri che aprono scenari, occhi che sognano: le intereferenze e gli intrecci che annunciano il destino di una tristezza che infine seduce, bella come la vita e i suoi cieli lontani.
Gabriella Valera Gruber
(Docente di Storia della Storiografia in età moderna e contemporanea – Università di Trieste)