DAL GIARDINO DEI POETI

Anna Maria Curci

1 giugno 2019 by cristina bove

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Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’ opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio.

Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del potere.

Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia. Esemplare guida è in tal senso il componimento di Marie Luise Kaschnitz È ancora incerto: «Se, in più, non ci toccherà imparare il linguaggio di chi bussa da cella a cella,/ spiare il prossimo, essere spiati dal prossimo, e dover piangere alla parola/ libertà. Se ce ne andremo di soppiatto in tempo su un letto bianco o/ periremo per l’attacco nucleare centuplicato, se ce la faremo a/ morire con una speranza, è ancora incerto, è ancora incerto.»

Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?

Anna Maria Curci, 30 maggio 2019

 Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

Avvistamenti

In bilico su toni e fenditure,
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.

Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.

Jeanne, Johanna, Giovanna

“Par mon Martin!” soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.

Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.

“Ne avessimo da noi!”»
mormorava il nemico.

Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?

C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?


8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.
Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.
Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

2 agosto 2015

E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito
di fronte all’orologio, all’ora fissa,
domenica d’agosto, ma era sabato
allora, nel millenovecentottanta.
La sera, gola polvere macerie,
non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere:
ricordo la paura e gli anni, trentacinque.
Viaggiavi al tempo lungo quel percorso
e mi portavi i rotocalchi sparsi
dai turisti tedeschi sui sedili.
Non gli ho detto: l’angoscia
per te, per gli altri, mi è compagna
(“tu non conosci il sud” mi nutrì
e il dannato ritegno all’espansione).

Traducendo Rose Ausländer

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.


Il canto di Ischitella

Nella sera che lenta
scendeva i gradini
netta di note
carica di sorte
modulò la voce.

E fu canto
e fu romanza.

Prodigio capovolta tatto udito.
Pareti bianche incavate di grigio.
Liscio di luce si inchinò agli scuri.

Riso d’amore non è mai peccato.

Paul B. Auster

“Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza.”

Ha trovato se stesso
ritto dove
più terribilmente l’occhio resiste

Paul Benjamin Auster

Nasce a Newark nel New Jersey, Stati Uniti, il 3 febbraio del 1947 da una famiglia benestante di origini ebree-polacche. L’esordio di Auster come scrittore risale al 1979 con un romanzo autobiografico scritto a getto “L’invenzione della solitudine”. Il libro si compone di due scritti speculari, nel primo troviamo il ritratto di un uomo invisibile e le meditazioni dell’autore sulla morte del padre avvenuta da poche settimane.”Niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto. Le cose di per sé sono inerti: assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso”. Nel secondo “Il libro della memoria”, l’autore riflette sulla condizione solitaria dello scrittore dal punto di vista del padre e prova ad e immaginare come sarà la separazione del figlio dal padre. Divisa tra saggistica, poesia e narrativa la sua produzione letteraria rimane tuttavia nell’ombra fino al 1985 quando esce “Città di vetro”, primo libro che assieme ai successivi “Fantasmi” e “La stanza chiusa” andrà a comporre l’oramai celeberrima Trilogia di New York. Il romanzo dopo essere stato rifiutato da diciassette editori viene accolto entusiasticamente dalla critica e dal pubblico e farà di Auster uno dei più apprezzati scrittori contemporanei a livello internazionale.“La scrittura è qualcosa che comincia molto presto, come se ti sentissi con le spalle al muro e devi farlo. C’è un elemento di necessità.” Scrivere secondo Auster è una vocazione, per cui gli artisti sono dei malati che hanno una sfrenata necessità di produrre, un continuo bisogno di entrare nei corpi intangibili di figure che scaturiscono dalla mente rielaborando attraverso le stesse il proprio destino. Lo scrivere necessita di isolamento e silenzio per meglio poter vagare all’interno delle tante bocche che parlano da luoghi lontani, da una distanza infinita. “Tutto il significato di ciò che ho fatto sta nel suono e nel ritmo delle parole.” La poesia di Auster affronta la tempesta e le contrarietà aprendo e schiudendo le porte al senso del mutamento, della casualità e del destino. La musica è una voce inconfondibile con cui esprimere l’energia creativa. In questi testi Auster analizza l’enigma della vita in tutte le sue sfumature e lo fa in modo deciso, osserva l’impossibilità e la possibilità della scrittura come forma di relazione con il prossimo. Impossibile udirla ancora. La lingua ci porta via per sempre da dove siamo, e in nessun luogo possiamo stare in pace nelle cose che ci è dato vedere, perché ogni parola si muove più velocemente dell’occhio.
La poesia si muove in una direzione “altrove” con la consapevolezza del corpo fisico e nel silenzio trova un testimone del suo pensiero. Sintonizzata sulle frequenze della musica del caso e allo stesso tempo opposta ad essa l’opera rischia di scivolare nella filosofia del destino e del caso. Alla parola il poeta affida il compito di tradurre le immagini, le sensazioni, i paradossi della realtà, una parola pronta a schierarsi contro i fanatismi,denunciando le ombre della società americane come la pena di morte e le penombre delle idee. Alla solitudine e nella solitudine lo scrittore affida il suo mestiere di scrivere “ il muro è tuo unico testimone … ti stendi su ogni parola non scritta; e ancora: “ il tuo inchiostro ha imparato la violenza del muro”.Pagina bianca e censore il muro austeriano è una parete dove la luce fugge attraversando ogni fessura, come un passo musicale dentro una canzone. In affrontare la musica risuonano le note della solitudine: il poeta apre le vene della terra e racconta una natura esiliata:“le radici reciteranno il massacro dei sassi. Vivrai. Costruirai qui la tua casa – scorderai il tuo nome. La terra è il solo esilio”. La scrittura diviene una spinta da un estremo all’altro dove non esistono le certezze assolute, e il percorso può cambiare all’improvviso a metà strada, in una spinta involontaria :“… tu leggi la fiaba che fu scritta negli occhi dei dadi…” Nell’impossibilità delle parole sono le parole stesse che soffocano e nell’asfissia la parola ritrova se stessa. “Ci sono pensieri che spaccano la mente, pensieri così potenti e così negativi da corromperti appena cominci a concepirli”…“La scrittura è qualcosa che comincia molto presto, come se ti sentissi con le spalle al muro e devi farlo. C’è un elemento di necessità.” Tutta la poesia di Auster è impregnata da un senso quasi mistico della realtà e il silenzio diventa uno strumento necessario alla scrittura al pari della solitudine, e immancabilmente solitudine e silenzio riescono a svuotare colmando ogni vuoto. L’autore non crede nel determinismo, e sviluppa una vera e propria indagine delle casualità e del potere insito in esse senza mai voler andare oltre le possibilità del destino, in un viaggio quasi infinito dove la parola cade come fiocchi di neve e il mondo si fa materia e prende corpo dalle idee. Ogni essere sviluppa attraverso il pensiero il proprio mondo e ogni mondo si fonde in un corpo unico. Possiamo percepire l’esistenza del mondo attraverso la musica, e come la musica esso può esistere solo attraverso la percezione dei suoni. Ma quanti sono i nostri limiti alla percezione? E quanto il linguaggio può limitare queste percezioni?“Il linguaggio non è esperienza. E’ un mezzo per organizzare l’esperienza”Il nostro occhio percepisce il fluire del mondo e la parola è solo un mezzo per arrestare questo flusso stabilizzandolo, questo secondo Auster è lo scopo della poesia: una fede che impedisce la disperazione universale e, anche, la determina.“Quando ti mancano le parole, svanisci in un’immagine di nulla. Scompari.” Poiché quello che accade non accadrà maie quello che è accaduto accade nuovamente all’infinito siamo come eravamo, tutto in noie cambiato, se parliamo del mondo è solo per lasciare il mondo non detto. Primo inverno: le mele gialle ancora non cadute su un albero nudo, le impronte di cervi invisibili nella prima neve, e poi la neve che non si ferma. Noi non ci pentiamo di nulla.

Come se potessimo stare in questa luce, stare ritti nel silenzio di questo singolo attimo di luce.
In Auster ogni parola è come se fosse “l’inizio di un altro silenzio, un’altra parola più silenziosa dell’ultima”. “Rimanere nel mondo dell’occhio nudo, felice come sono in questo momento. E se è chiedere troppo, almeno averne garantito il ricordo, un modo per tornarvi nel buio della notte che senz’altro mi avvolgerà di nuovo. Non essere mai altrove che qui. E il viaggio immenso attraverso lo spazio che continua.

Dovunque , come se ogni luogo fosse qui. E la neve che cade all’infinito nella notte d’inverno” .

P. Auster

Raffaela Ruju

Le poesie sono estratte da Paul Auster, Affrontare la musica ed Einaudi .

mélancolie

France fresia

ha un profumo di fresia
questa pioggia leggera

sulle tegole scure
sui volti
sui lampioni spenti

Nei bistrot la parola è straniera
e si aggira melodica tra le ombre
quando calano nella quiete del giorno

trasfigurando il silenzio

allungando le lontananze
di due sguardi sereni
di due labbra carnose

lontane dalla mia bocca

stasera c’è frescura di petali
vestiti a neve
e mi assaporo il tuo nome

France fresia per me

resteremo due nomi
due identità in un unico volto
da cui allontanarsi piano

12 settembre 2010  ©

Un giro d’argilla

Un giro d’argilla

Nel limite
delimitato dall’imitazione

un sospiro di argilla
inchioda il soffio.

Figlia della scintilla
la materia evade.

Sui prati d’ortica
la luna si è ferita il piede
e corre lontana dal dolore

per dimenticare
perché la terra
non ha spigoli da occultare

 

indifesa

 

Era un giorno incontaminato

questo giorno di fuga dalle sbarre

un pomeriggio piacevole

La notte si è portata via la leggerezza

e mi ritrovo stupida

ad inseguire la materia innocente

Nausea insensibile

corrotta nella mente

impura del prodigio della diversità

accarezzo la mia banalità

e mi ritrovo a parlare con me stessa

di un malessere che non sapevo

delle labbra che provano a tremare

angosciata

per come mi sento adesso

sola con la mia poesia senza speranza

defunta come la regia della mia anima

work in progress

è mia l’abitudine di fare e  di disfare
in eterna trasformazione
cipressi e case cieche
in un cielo improbabile
tutto da rifare

Poesia senza ricetta

Ho faticato a contare su di me.

Con uno sforzo ho fiutato

le imprevedibili tentazioni

di una brezza che fugge

alla tristezza.

Senza ricetta e paragone

con l’esperienza di uno specchio

forse molato e solo

ho sbattuto con frusta

tuorli freschi e bianchi d’uova.

La neve cadeva in fiocchi

montati di stupore

dentro  un impasto misterioso

farina e burro fuso e il giallo dentro

a riportare l’allegria di un compleanno.

Mani collose e cioccolata fusa.

Polvere bianca sui capelli.

Sui nodi di una personalità infornata

ho fatto di una torta una risata.

A bruciare!

Delirio di parole

Delirio di parole
             in un notturno di gatti in amore 
                                                                                andante moderato

Sei nato nella mia memoria
partorito nel tempo remoto dell'estraneità
e ti ho lasciato sorridere dall'angolo del foglio
figlio di un’ora ignota e di un ballo già danzato

                            Hai versato vino sull'immagine ombra

Sei cresciuto dopo aver rinnegato l’infanzia
in uno spicchio di vento riverso sul verso
ti sei esiliato all'interno di un flauto annegato
in un rettangolo bianco profumato di origano

                            Hai bevuto aria con bocca assetata


Te ne sei andato dalla riga attorcigliata
per incontrare il buio nelle crepe del melograno
e ti ho lasciato andare dall'orlo delle labbra
sul filo di una coscienza orfana di voce

                            Hai sentito il sapore dolce del soffio

Sei ritornato di nuovo col lampo del tuono
riportando l’aroma del vento del Nord
inondando il buio della percezione sibillina
e avevi uno spillo conficcato sulla punta dell’indice

                            Hai asciugato la porpora che faceva ombra all'occhio

E sei rimasto nel latrato lontano di un cane affamato
dentro il grigio senza nome e senza forma della nebbia
col pallore dei segni intrisi di silenzio
nell'incompiuto deserto di un incubo dolce

                            Hai pensato di aggiustare tutto
                                      
                                     con un notturno di gatti in amore
                                                            andante moderato

  © 8 ottobre 2012

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